«Finché il telefono rimase legato al filo, l’uomo rimase libero».
Così recita una frase che ho incrociato su internet. Ci rimanda a qualche decennio fa, a quando appeso al muro nelle case c’era lui: il telefono con il filo.

Un’altra epoca, in cui non c’erano i messaggi sulle chat di Whatsapp, i DM di Instagram, le notifiche che interrompono la concentrazione delle persone.
Non esisteva la parola scrollare.
In attesa del treno, le persone si annoiavano lo stesso, ma in altre maniere. Magari si guardavano attorno, leggevano, scambiavano due parole, invece di stare con lo sguardo chino sul proprio cellulare.
Come dicono gli anziani in paese, si stava meglio quando si stava peggio?
A pensarla in questo modo, viene un po’ di nostalgia per quel bellissimo, iconico, enorme telefono con il filo.
Un telefono “fisso” che veniva usato per connettere le persone. Con lentezza, magari sedute su una sedia, durante una lunga telefonata.
Connessioni meno numerose, ma più profonde di quelle, frammentate, che abbiamo oggi grazie ai cellulari.
Deve averci pensato anche il britannico Joe Bloom, artista e creator, che ha preso proprio un telefono di quel tipo, bello rosso, con il filo, e lo ha fatto diventare protagonista di un suo progetto creativo.
Una sorta di esperimento sociale. A inizio 2024, un giorno lo ha posizionato su un ponte di Londra e ha iniziato a invitare degli sconosciuti a condividere le loro opinioni sul mondo.
«Intervistare degli sconosciuti è una forma d’arte meravigliosa. Ho imparato che ciò che le persone vogliono veramente è parlare.»
Regalando alle persone l’opportunità di raccontare qualcosa che, normalmente, non raccontano. Creando monologhi di qualche minuto, autentici, sinceri.
Con pensieri profondamente personali, ma universalmente riconoscibili.
Il progetto è diventato virale, facendo appassionare migliaia di persone alle storie di estranei.
Joe ha creato anche delle puntate speciali, con alcuni ospiti più famosi.
Personalmente, ho scoperto questo progetto grazie a questa puntata fatta in collaborazione con On, brand svizzero di scarpe da running.
Saint Jidz, fondatore di una community britannica di hiking, sul ponte ha condiviso questa riflessione:
«Alla fine di un anno, o alla fine di una giornata, quando ti guardi indietro e pensi a cosa hai fatto, vedi la somma di tante piccole cose. Non credo che tutti diventeranno una superstar. Credo che oggi viviamo in un mondo in cui ognuno vuole essere il principale protagonista, ma c’è altrettanto orgoglio e onore nell’essere parte di qualcosa di più grande, contribuendo con piccole cose, ottenendo delle soft wins. E per me certe volte già essere in grado di prendere il telefono e chiamare mia madre è una piccola cosa che apprezzo, che mi fa stare bene. Un tempo, crescendo, dicevo che se non fossi diventato un giocatore di calcio avrei preferito morire. E poi quando continuando a giocare, sono stato scartato, mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso. Ma credo che quello mi sia servito. Prima affronti grandi fallimenti e delusioni, prima diventi resiliente nella tua vita da adulto. Per me stare fuori, con il vento in faccia, correre, è una fortuna. E alla fine della giornata ripenso a come non tutti cambieranno il mondo, ma quanto sia importante anche solo fare bene il proprio dovere ogni giorno, essendo un buon membro della società. Anche questa è una vittoria.»
Le “soft wins” di cui parla nella puntata sono anche l’oggetto dell’ultima campagna di comunicazione di On.
Un marchio emergente, nato solo nel 2010 tra le Alpi svizzere, che è arrivato in pochi anni a insidiare Nike e Adidas.
Spesso scegliendo un linguaggio diverso. Spesso scegliendo un angolo diverso da cui osservare lo sport. Raccontando non solo gli atleti vincenti, i GOAT, quelli che sacrificano tutto per il podio.
Ma anche il resto delle persone. Quelli che non ha ancora iniziato a correre, ma escono per qualche camminata. Quelli che corrono per sentirsi meglio, non per battere record. Quelli che trovano ispirazione nella semplicità del movimento.
Storie apparentemente meno eroiche, ma altrettanto significative.
Come scrive Valerio Bassan in una puntata di Elissi: «Nulla è insignificante. La grandezza vive in ogni vicenda umana, ma bisogna avere voglia di cercarla. E in un mondo in cui i media ripetono troppo spesso sempre le stesse cose, è importante scovare le tante storie che nessuno sta raccontando.»
Come ha fatto Joe, con un telefono rosso sui ponti londinesi.
Condividendo storie che fanno sentire le persone meno sole. Ricordando come le difficoltà appartengano a tutti, e ognuno le viva a modo proprio.
Che si tratti di correre per la prima volta 5 chilometri senza fermarsi, o affrontare le vicissitudini della vita.
Ognuno affronta cose, che gli altri non vedono.
In una società che sembra correre troppo veloce, la più grande vittoria può essere rimanere connessi: a noi stessi, agli altri, al mondo fuori dallo schermo.
Per oggi è tutto, grazie della compagnia.
alla prossima,
Andrea



Non lo conoscevo, grazie per avermelo fatto scoprire :-)
Storia stupenda, raccontata magnificamente.